CATALOGHI DELLE MOSTRE EDITI GALLERIA BERGA

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PIERO SLONGO, PAESAGGI – a cura di V. Sgarbi (16 Maggio – 31 Luglio 2009)

«[…] Eppure, nonostante i colori accesi, il riferimento a Morandi rimane prevalente perché  Slongo dipinge l’aria che respira, le luci e i colori dei luoghi di un Veneto amato e interiorizzato. Si dice di una sua affinità con Gino Rossi, e non si può negare. Ma Slongo è più intimo e poetico. La pittura veneta del 900 non conosce una esperienza di così totale immersione nel paesaggio come quella di Slongo, che restituisce emozioni istintive in una pittura altrettanto istintiva, senza  ideologie, concetti da dimostrare. […] Lo sguardo di Slongo è disponibile e spontaneo, e consente  di trasferire nella pittura tutti gli umori della natura, come per un prolungamento dei sensi. […]  Piero Slongo è una continuazione della natura, un suo ampliamento dentro il cuore. Una emozione  incontenibile.» (cit. catalogo della mostra, a cura di Vittorio Sgarbi)

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PIERO SLONGO, NATURA MIRABILE – a cura di R. Zamberlan e C. Casarin (20 Giugno – 19 Luglio 2009)

«[…] Liberando la mente dal contesto artistico, evitando di forzare relazioni a maestri che lo hanno preceduto, focalizzando lo sguardo nella sua pittura, si apre un mondo che inaspettatamente si svela, si rivela e si avvera. […] Dismettendo le costanti naturalistiche nel trattamento del paesaggio, Slongo ha infuso nelle sue opere quel che di più intimo conservava, quel che di più soggettivo poteva affermare. Una filosofia per immagini, la sua, che nella natura ha trovato il soggetto più consono, quasi a metafora di una visione egocentrica ma incontaminata della vita. Il pittore si è concesso come strumento espressivo, come pennello nelle mani di un’entità suprema che, attraverso la rappresentazione dei luoghi della sua giovinezza e della sua maturità, sa parlare all’osservatore e sa proporgli una visione immortale del soggetto ritratto […]» (cit. dal catalogo della mostra, a cura di C. Casarin)

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GIUSTINO CHEMELLO, NESSUNDOVE – a cura di C. Casarin (24 Ottobre – 24 Novembre 2009)

«La strada è il non luogo per antonomasia. Acquista significato solo quando la si percorre spostandosi tra due luoghi nei quali, al contrario, l’uomo vive, s’identifica e si relaziona con gli altri. Giustino Chemello sceglie di ambientare la sua nuova ricerca artistica proprio in un non luogo, la strada, seduto sul sedile di un’automobile in corsa verso, appunto, nessun dove.
La sua mano coglie paesaggi istantanei attraverso un doppio filtro: l’uno, quello della macchina fotografica, che dà confini tangibili alla vastità colta dall’occhio umano; l’altro è restituito dall’auto stessa, la velocità. L’artista inquadra e rappresenta quella parte di mondo che solitamente ci sfugge; lui la insegue, dando un nuovo significato all’idea che non sia importante la destinazione, bensì il viaggio stesso.» (cit. catalogo della mostra, testo a cura di C. Signorini)

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MARIA CRISTINA BARBON, ICARO OVVERO DEL RISVEGLIO – a cura di M. Guderzo (27 novembre 2010 – 29 gennaio 2011)

Le tue mani lasciale sul mio volto, che la mia carne sia felice, che il mio cuore senta ancora il tuo amore” (Auguste Rodin a Camille Claudel, 1886, in Corrispondenza , A. Rivière e B. Gaudichon, Milano 2005, p.29)

«Quando Maria Cristina Barbon si appesta a modellare con l’argilla le sue figure ha dinanzi la grande tradizione artistica, ma al contempo è capace di una continua rilettura della stessa in chiave contemporanea. Il rapporto di continuità fra tradizione ed innovazione si impone nel suo lavoro sentito sia a livello di vissuto personale che di ricerca estetica, una continuità che si alimenta e si sostiene proprio attraverso un costante riesame delle origini e della storia della scultura. […]
Le sue figure di “Icaro” rimandano, così, a qualche prossimo incontro in cui la reminiscenza riemerge calibrata dall’archivio, composto dalle schegge della sua memoria, quali frulli di materia che ricomposti permettono di leggervi rinnovate icnografie. […]
La sua è una missione esaltante: creare un ponte tra le epoche, in cui il tempo si racconta attraverso gli attimi che per lei si compongono di giochi, risvegli, equilibri e figure.» (cit. catalogo della mostra, testo a cura di M. Guderzo)

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GIOVANNI BEVILACQUA, INVISIBILIA – a cura di G. Bonomo (5 – 9 aprile 2014)

«La chiave di lettura è la sua indagine esistenziale, dove non siamo più persone ma vivide ombre trasparenti e dissolventi, nient’altro. Nelle piste metropolitane piene di gente, alla fine si finisce per non incontrare nessuno. La moltitudine ci impedisce di vedere qualcuno e qualcosa. Un po’ come leggere un libro con gli occhi appiccicati alle pagine: non si legge nulla anche se le parole sono tante. Si odono solo rumori sordi, fruscii indecifrabili, occhi senza volto e volti senza sguardo […] Eppoi il mercato. Qui il nostro fotografo-artista rimane folgorato dallo spettacolo del futile, dell’innumerevole, perduto in una pseudo felicità “maniaca”. Curiosamente, qui le persone si confondono con le cose. Gli stessi colori, quasi le medesime forme nel contesto di quello che sembra un fumettone surreale. Nel confronto con paesaggi monumentali veneti, le persone scompaiono, si polverizzano. L’arena di Verona o gli angoli palladiani di Vicenza, nella loro maestosità se le mangiano proprio. Non c’è storia. Essi sono lì da secoli immutabili, granitici e solenni……Il silenzio del senza tempo» (cit. catalogo della mostra, testo a cura di G. Bonomo)

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GUSTAVO BOLDRINI, SPECCHIO DEL SUO TEMPO – a cura di (13 dicembre 2014 – 10 gennaio 2015)

«[…] Gli elementi contenutistici e stilistici che contraddistinguono i suoi lavori sono perfettamente riconoscibili fin dagli esordi: in seguito alle prime prove, di carattere più marcamente astrattista, egli giunge ad una figurazione di stampo innovativo, che raccoglie e sublima qualsiasi influenza. […] Vedono origine allora paesaggi, nature morte, figure, identificabili perché familiari, vissute, appunto, nella quotidianità, e da questa mediate, con l’ausilio dell’affettività e del ricordo.
Le “donne di Boldrini”, motivo indagato con assiduità a partire dagli anni 50, sono sagome iconiche che traducono in immagini la sua visione misteriosa e magica della creatura femminile: eterea e pur terrena, angelica e insieme carnale, di cui non è possibile – e in fin dei conti neppure auspicabile, al fine di non sminuire il fascino – il disvelamento dell’arcano. […] Convivono nei suoi lavori un costante equilibrio di volumi e luci, pur nell’estrema sinteticità formale e tonale delle composizioni, un’essenzialità nel trattamento dei soggetti che, seppur imbrogliandoli nel peculiare e spesso “cloison” nero a lui consono, lascia loro la completa, inconfondibile riconoscibilità.»
(cit. catalogo della mostra, testo a cura di M. Palladino)

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RODOLFO LEPRE, CODICE ARCAICO – a cura di G. Bonomo (6 giugno – 5 luglio 2015)

«[…] Lepre si applica con metodo definito, attingendo alle conoscenze derivanti dalla sua professione da architetto. Come lo studio dei materiali, il grado di duttilità e compattezza, le reazioni chimiche dei composti agli agenti atmosferici. Oppure la straordinaria ricerca degli effetti ch’essi proiettano allo sguardo che contempla ed indaga. […] Tutto è importante, tutto può essere riconvertito in materia viva, pulsante, che evoca significati e movimenti interiori d’incompatibile mistero e suggestione. […]
Nelle opere della prima fase esecutiva, l’artista procede attraverso una sperimentazione informale ricca di soluzioni cromatiche e stesure di colore ispessito che seguono tracciati imprevisti. […]
La forma è smontata, nulla è scontato.[…] Si delinea così la fase di un nuovo arricchimento dei lavori. Vengono introdotti altri materiali e nuove idee trovano spazio. Predominano i gialli e gli ocra (pregevoli nelle calde ‘nuance’) in campiture geometriche che si stagliano nitidamente su fondi neutri, come i magenta e i vermiglioni in superfici buie notturne, per esaltarne il contrasto.» (cit. catalogo della mostra, testo a cura di G. Bonomo)